Appunti per un Pd ideale: III parte, la struttura dei circoli
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politica, il 28 luglio 2010
Idee, riflessioni e spunti personali su quali dovrebbero essere, a mio avviso, gli obiettivi di un grande partito di sinistra, quale visione di società deve proporre, in quale maniera deve strutturarsi per dare forza al proprio progetto. In pratica, la mia visione della strada che dovrebbe percorre un partito che, in questo momento, non può che essere il Pd. Il tentativo è quello di dare un minimo di organicità a questi pensieri e strutturarli, con i tempi che saranno possibili, per temi. In questa terza parte: la struttura dei circoli.
Un'analisi dell'organizzazione del partito e un'ipotesi di nuova strutturazione di questo, non possono prescindere da una disamina più approfondita di quello che è l'elemento basilare del partito, la cellula più vitale di tale organismo: il circolo territoriale. Soprattutto non si può prescindere dal porre su di esso una lente d'eccezione se l'obiettivo è quello di tornare a creare un contatto fra masse e politica. Il circolo (che possiamo chiamare senza problemi anche sezione) è infatti il luogo più appropriato per creare un simile contatto; è inevitabilmente la sede fisica più appropriata per permettere la reale attività politica delle persone.
Nonostante una rete apparentemente importante di circoli, il Pd soffre proprio in questo campo, per il semplice motivo che si sta adeguando anch'esso alla nuova prassi culturale di creare un distacco fra politica e masse impegnate (anche se ovviamente all'interno del Pd molte componenti remano a favore della direzione più appropriata: una tradizione di contatto col territorio, una richiesta degli stessi iscritti di sentirsi parte integrante del partito, l'idea di rappresentare un partito popolare, e così via).
Come si riflette, da un punto pratico, questa sofferenza? Da un punto di vista generale (generale perché poi occorre fare i dovuti distinguo) i circoli sono abbandonati dallo stesso Pd: il loro peso politico è diventato risibile e anche finanziariamente non c'è aiuto da parte del partito. Ma soprattutto l'attività di chi guida le diverse sezioni è sempre più amorfa: il numero di iscritti cala, il numero di veri e propri militanti è ridotto al lumicino, le iniziative hanno un impatto praticamente inesistente al di fuori della cerchia degli iscritti stessi, il ruolo dei coordinamenti è minimizzato e i circoli sono in mano a poche persone che vedono, proprio nelle sezioni, una possibilità di crearsi un piccolo feudo personale. In pratica l'attività dei circoli si chiude sempre di più nelle mura stesse della sede, mentre chi guida i circoli ha poco interesse ad uscire sul territorio ed allargare le maglia degli iscritti proprio per paura di mettere a rischio il suo “dominio”. L'obiettivo di questi (ripeto che poi è anche opportuno muovere i giusti distinguo) è quello di fare politica fra i soliti noti e mantenere gli equilibri politici territoriali. Il risultato è che i militanti si riducono a misura d'occhio e gli unici giovani che avanzano sono quelli cooptati: il sistema è poi sorretto dalle piccole reti di familiari e amici, iscritti al circolo, che quando si tratta di rinnovare i coordinamenti o i segretari, assicurano col proprio voto il mantenimento di un simile stato di cose (e poi, paradossalmente, sono proprio quelli che più si lamentano che le cose non vanno bene).
Quale dovrebbe essere invece il ruolo del circolo? Gli obiettivi primari e più pratici, sono molto semplici e anche numericamente quantificabili: il primo passo deve essere quello di allargare all'interno dei propri iscritti il numero di veri militanti; il secondo quello di allargare fra il numero di “simpatizzanti”, ovvero di chi già vota Pd, il numero degli iscritti; il terzo è quello di allargare la propria rete sul territorio, al di fuori dei tradizionali elettori. Questi passi devono seguire inevitabilmente un simile ordine, per il semplice assunto logico che è impossibile avere i mezzi per uscire fuori dal circolo se non si riesce a convincere neanche chi è all'interno del bisogno di un simile operato. Questi obiettivi, anche cinici se vogliamo, rispondono a un'esigenza più grande e soprattutto a quello che è il vero ruolo e la ragione d'essere dei circoli stessi: rappresentare, concretamente, il partito sul territorio, esserne il suo braccio, il primo baluardo.
Come fare per dar vita a un simile meccanismo? Attraverso due principali direttrici: creare una struttura solida all'interno del circolo in primo luogo, in secondo facendo leva sulla necessità di accendere nelle persone la passione civile per la politica.
Anche qui (al pari di quanto ho detto sull'organizzazione del partito) torna dunque la necessità di una struttura forte, per il semplice motivo che senza un simile supporto non è possibile dare concretezza alle belle parole; inoltre, senza una simile struttura, le regole perdono il proprio valore e la vita democratica perde senso all'interno del partito, proprio quella vena democratica che è l'elemento essenziale per far comprendere alle persone, ora fuori dalla politica, che un loro coinvolgimento attivo è possibile.
A livello pratico cosa deve cambiare? Il primo passo lo deve fare il partito stesso: oggi la situazione finanziaria di molti circoli è drammatica, per cui diversi di questi hanno chiuso, altri sono a rischio chiusura e altri ancora non hanno i mezzi per promuovere iniziative importanti. Il partito deve quindi intervenire economicamente finanziando ciò che non può essere coperto dal contributo degli iscritti stessi. Questa azione deve essere però accompagnata anche dalla prima regola per la maggiore democraticità dei circoli stessi: avere bilanci chiari e trasparenti (a chi, giustamente, può chiedersi dove i partiti possono prendere questa ingente quantità di denaro risponderò più avanti, nella parte dedicata ai finanziamenti dei partiti; comunque, già nell'attuale stato di cose, bisogna ripensare a redistribuire in maniera diversa i fondi dei partiti).
Il secondo passo è invece interno ai circoli, anche se le regole devono comunque essere imposte sempre dal partito. Oggi gli strumenti di democraticità esistono nei circoli del Pd, siano essi i coordinamenti che le assemblee degli iscritti; esistono anche le giuste enunciazioni di principio nello statuto del Pd su quale deve essere il ruolo dei semplici iscritti così come dei segretari di circoli. Quello che manca sono le regole per far sì che questi organismi abbiano il ruolo che gli dovrebbe competere: in mancanza di regole scritte, è diventata la prassi vigente quella di non dare peso ai naturali meccanismi di democrazia.
Occorrono dunque regole e trasparenza. I coordinamenti e le assemblee degli iscritti vanno riuniti periodicamente ed in maniera assidua: una volta a settimana i coordinamenti, una volta al mese le assemblee. Quello che viene detto all'interno di queste riunioni va messo a verbale. Ogni circolo deve essere fornito di un sito internet in cui inserire verbali, elenchi degli iscritti, bilancio economico, calendario delle iniziative, regole di funzionamento del circolo, al fine di rendere trasparente la vita della sezione, tanto al di fuori degli iscritti che fra gli iscritti stessi; siti in cui gli iscritti possano esprimere le proprie opinioni per condividerle senza censura con gli altri iscritti. Le regole devono poi essere rispettate da tutti: un segretario che non adempie i propri doveri deve essere deposto dal suo incarico, così come i membri del coordinamento troppe volte assenti senza giustificazione o come i tesorieri che agiscono senza approvazione dei coordinamenti.
Tutto questo complesso di regolamenti permette da un lato di creare quei meccanismi in cui ognuno può sentirsi parte attiva del circolo e dall'altro ostacola la possibilità che i “caminetti” gestiscano in maniera personale le sezioni. Allo stesso tempo queste regole non sono il fine di un circolo ma il mezzo con cui è possibile rafforzarsi e uscire sul territorio. I circoli devono infatti avere il ruolo (e l'obbligo) di creare un calendario serrato di iniziative: incontri con associazioni di quartieri, incontri con consiglieri municipali\comunali, seminari, iniziative culturali, battaglie sul territorio. Gli eletti e i dirigenti di più importante grado (come i consiglieri regionali o i deputati e i dirigenti nazionali del partito) devono avere poi il dovere di svolgere una serie di iniziative all'interno dei circoli, sia per creare quel contatto necessario fra alto e basso, sia perché sono in grado di svolgere quel ruolo di richiamo che può aiutare a far avvicinare la gente alle sezioni.
Il ruolo dei circoli non termina però sui quartieri di loro competenza ma continua a essere rilevante nei quadranti territoriali più estesi, come, per fare un esempio, i municipi romani. Il contatto e la collaborazione fra i circoli dello stesso quadrante sono necessari sia perché le attività svolte sono simili sia perché bisogna evitare la costruzione di riserve indiane.
Tali coordinamenti sulla carta esistono (sempre riferendomi a Roma ogni municipio ha il suo coordinamento municipale di cui fanno parte i membri dei coordinamenti dei singoli circoli e gli eletti del territorio, oltre che la segreteria del coordinatore) ma, al pari dei circoli, la loro attività è abbastanza risibile, perché vige lo stesso problema: non si creano quegli spazi fisici di contatto senza i quali l'attività di questi organi non può che rimanere aleatoria e poco democratica, dunque poco incisiva.
Nella parte precedente ho ipotizzato la creazione di direzioni municipali (che rispetto agli attuali coordinamenti sono più ristrette e hanno il compito di promuovere i candidati consiglieri municipali: resto dunque sempre all'interno dell'esempio romano, ma il discorso vale ovunque). Ma già allo stato attuale i coordinamenti possono svolgere un ruolo di ben maggiore rilievo. Il mezzo per farlo è quello di dotarli della struttura e delle regole che ho ipotizzato per i circoli territoriali. In pratica il coordinamento deve diventare un circolo di livello superiore (infatti andrebbe dotato di una sede propria), ma a differenza dei semplici circoli ha due prerogative in più. In primis deve svolgere quell'attività necessaria di controllo dei circoli stessi. Secondariamente deve essere il luogo di contatto fra i circoli e gli eletti, quelli che, teoricamente, non sono altro che i portavoce delle esigenze del territorio di cui si fanno voce politica proprio le sezioni. Questa funzione sulla carta già esiste, ma senza un sistema vero di regole, le prassi negative superano facilmente i doveri.
Questo discorso va chiuso con un'affermazione ovvia: come i coordinamenti municipali controllano i circoli, la direzione comunale deve controllare quella municipale, quella regionale quella comunale e così a salire. Anche questo meccanismo nella teoria esiste. Ma anche in questo caso l'assenza di un reale regolamento ha prodotto un isolamento reciproco dei vari livelli, il che è anche una delle cause principali per cui non c'è contatto fra la base e i vertici: i collegamenti sono stati lacerati.
Diego Gavini